Se ami la musica vera e odi il traffico del Vomero… ascolta questa intervista
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Eccoci, benvenuti all’articolo più sarcastico e metaforico che leggerete oggi sul Museo di San Martino di Napoli. Se siete pronti a vedere questo luogo di interesse culturale sotto una luce un po’ diversa, allacciate le cinture e preparatevi a un viaggio nel mio mondo di sarcasmo.
Il Museo di San Martino è come una vecchia zia che ti ospita a casa sua. Non importa quanti anni passino, lei non cambia mai, e ti accoglie sempre con la stessa vecchia routine. L’unica differenza è che la zia potrebbe offrirti un bicchiere di limonata, mentre il museo ti offre un sacco di vecchi oggetti e manufatti storici.
Il museo è stato costruito su un’antica certosa, e si può dire che la storia è in ogni angolo. Come un cacciatore di tesori, ogni stanza offre un’esperienza di scoperta. Ci sono statue, affreschi, manufatti antichi e opere d’arte in abbondanza. Ma alla fine, sembra che tutto si fonda insieme come una grande zuppa di cultura, e non si sa più dove inizia una cosa e dove finisce l’altra.
Le opere d’arte nel museo sono come i fratelli e le sorelle della vecchia zia: tutti diversi, ma legati dallo stesso sangue. C’è il dipinto di San Martino che divide il suo mantello con un povero uomo bisognoso, e poi c’è la scultura della Madonna che sembra più preoccupata della nostra vita terrena che dell’aldilà. Ognuno di questi tesori ha una storia da raccontare, ma è difficile capire quale sia la trama principale.
In un certo senso, il museo è come un labirinto di storie, e ci si può perdere facilmente. Ci sono molte sale e corridoi che sembrano tutti uguali, e potrebbe essere difficile capire dove si è già stati e dove si vuole andare. Ma non preoccupatevi, c’è sempre un custode che può darvi indicazioni. E magari potreste chiedergli anche di farvi vedere qualche “tesoro nascosto”, come la tomba di San Gennaro o le preziose ceramiche di Capodimonte.
In generale, il Museo di San Martino sembra un po’ fuori moda. Ma forse è proprio questo il suo fascino. Non si tratta di un luogo che cerca di essere moderno e alla moda, ma di una sorta di capsule del tempo che ci ricorda come erano le cose un tempo. Come una macchina del tempo, il museo ci porta indietro nel tempo, e ci mostra una Napoli che potrebbe sembrare molto diversa da quella che conosciamo oggi.
In definitiva, il Museo di San Martino è un luogo che vale la pena visitare almeno una volta nella vita. Potrebbe non essere il più moderno o il più alla moda, ma è ricco di storia e di cultura. Se amate le vecchie storie e le antiche leggende, se siete alla ricerca di un luogo dove perdervi e lasciarvi trasportare in un’altra epoca, allora questo è il posto giusto per voi. E se avete bisogno di indicazioni,non esitate a chiedere al personale, che vi guiderà attraverso i corridoi come se fossero vostri cugini di famiglia.
Tuttavia, ci sono alcune cose che potrebbero non piacervi del museo. Ad esempio, potrebbe essere un po’ polveroso, come la soffitta della vostra nonna. Alcune opere d’arte potrebbero sembrare un po’ datate, come i vestiti che la zia teneva nell’armadio da quando era giovane. Ma come la vostra famiglia, questi tesori sono preziosi, e vale la pena di guardarli con rispetto e curiosità.
Inoltre, il Museo di San Martino ha una vista mozzafiato sulla città di Napoli. Come una gemma preziosa che si trova sulla cima di una collina, il museo offre una vista panoramica che vi lascerà a bocca aperta. Potrete ammirare la città dal mare, con il Vesuvio sullo sfondo, e immaginare come sarebbe stato vivere in questo luogo secoli fa.
Insomma, il Museo di San Martino è come una zia eccentrica, che potrebbe non essere perfetta, ma che ti offre un’esperienza unica. Ci sono molti tesori da scoprire e molte storie da ascoltare. Se vi piace l’arte, la storia e la cultura, allora questo museo fa al caso vostro. E se non siete ancora convinti, allora pensateci come a una visita dalla zia che non vedete da anni: potrebbe essere un po’ strana, ma vi lascerà con ricordi che dureranno per sempre.
La zeppola di San Giuseppe è un dolce ripieno di crema che prende il nome dalla festa di San Giuseppe o anche festa del papà che si festeggia ogni 19 Marzo dell’anno.
Durante questa festa è tradizione preparare ed offrire le zeppole.
Secondo alcuni esperti il nome deriva dal termine “serpula” che in latino significa serpe, oppure da “zeppa” dal latino “cippus” ovvero il fermo di legno che a Napoli usavano per correggere i difetti di misura dei mobili, questo spiegherebbe la sua forma attorcigliata.
Altre fonti sostengono che il termine possa derivare dal latino “cymbala” che poi è diventata “zippula” e poi zeppola.
La zeppola fritta o la zeppola al forno? Sono queste le varianti principali che dividono i golosi. La zeppola fritta è sicuramente la più gustosa ma c’è chi, per ovvi problemi di linea, preferisce la zeppola al forno.
Nell’800 fu Johann Wolfgang von Goethe in visita alla città partenopea ad annotare la presenza di friggitori per le strade, dando una descrizione dettagliata di come le cucinassero. Mestiere molto diffuso all’epoca era quello del friggitore, anche detto in napoletano “o zeppularo”. È un mestiere rimasto vivo a lungo, sino al secolo scorso.
Ancora oggi questo dolce, preparato al forno secondo ricetta originale lo si può assaggiare nelle innumerevoli pasticcerie della città.
La zeppola di San Giuseppe è ripiena di una gustosa crema pasticciera con sopra una amarena sciroppata e una spolverata di zucchero a velo.
La zeppola è tipica della Campania, ma trova anche le sue variazioni in altre regioni d’Italia. anche a Napoli, alcune pasticcerie preferiscono farcire la zeppola di san giuseppe con la crema pasticcera, discostandosi dalla ricetta tradizionale.
Ultimamente si trovano zeppole ripiene di crema gianduia e panna.
Riguardo l’origine, ci sono varie ipotesi sull’invenzione di questo dolce, attribuita sia alle suore di San Gregorio Armeno sia a quelle della Croce di Lucca, sia a quelle di Santa Maria dello Splendore, sempre comunque a Napoli.
La prima ricetta scritta risale al 1837, anche se su alcuni testi risalenti al 1400 è stato trovato un resoconto del vicerè di Napoli Juan II de Ribagorza che privilegiava questo dessert, a dimostrazione di quanto sia più antica la zeppola.
La prima descrizione precisa è stata trascritta da Ippolito Cavalcanti sul “Trattato di Cucina Teorico – Pratico” scritto in napoletano.
La ricetta originale prevedeva farina, acqua e liquore all’anice, marsala o vino bianco, sale, zucchero e olio per friggere, anche se attualmente l’alcool non è più presente nella ricetta.
Per chi avesse intenzione di visitare Napoli e assaggiare la zeppola non c’è che l’imbarazzo della scelta fra centinaia di pasticcerie che la producono.
Qui sotto c’è una lista di pasticcerie dove é possibile trovarle:
Se avete intenzione di cimentarvi in cucina, Ecco a voi una versione della ricetta della zeppola di San Giuseppe
A Napoli, in via Medina, risiede il monumentale Palazzo Fondi di Napoli, dove dal 19 Marzo sino al 26 Giugno si terrà la mostra Van Gogh multimedia.
La mostra Van Gogh multimedia è organizzata dalla società Navigare srl, che dopo aver fatto successo in altre città di Italia, arriva finalmente nella città di Napoli stavolta arricchita da opere pregiate di grandi artisti francesi dell’impressionismo.
Le opere esposte provengono direttamente da collezioni private e molte di esse sono di vari artisti francesi tra cui Paul Cèzanne, Henry de Toulouse – Lautrec, Fernand Cormon, Emile Bernard e altri.
Tutte opere originali che il visitatore potrà osservare all’interno della Stanza Segreta.
Il pilastro fondante di questa mostra è quello di uno degli artisti europei più conosciuti di sempre, seppur post – impressionismo, ossia Van Gogh.
Autore di oltre 2100 opere d’arte, presentato attraverso una mostra multimediale ricca di contributi e ricca di ritratti, autoritratti, paesaggi con nature morte e altrettanti che rappresentano paesaggi originali con la massima fedeltà possibile, tutto a cura di Giovanna Strano e Mario Rosso.
Inoltre, è presente un fattore innovativo per lo spettatore, ovvero la multimedialità con cui l’osservatore può approcciarsi alle opere, cercando attraverso la tecnologia di esaltare quello che Van Gogh cercò di fare già nell’800.
Cercare di andare oltre l’immagine alla ricerca di significati più profondi di stampo esistenzialista.
Con l’esperienza in 3D tramite il VR experience, a cui si può accedere tramite una specifica app scaricabile sul proprio smartphone, la mostra allestisce anche una copia dettagliata degli abiti e degli oggetti usati dall’artista, stessa cosa fatta anche per i luoghi realizzati su tela e diventati iconici, come la stanza da letto di Arles.
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Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone nacque a Roma nella Clinica Regina Margherita,[2] figlia di Romilda Villani (1910-1991), insegnante di pianoforte, e di Riccardo Mario Claudio Scicolone (1907-1976), affarista nel settore immobiliare. La madre aveva vinto nel 1932 un concorso per andare a Hollywood come sosia di Greta Garbo, ma per la forte opposizione dei suoi genitori rinunciò. Il padre (figlio del marchese agrigentino Scicolone Murillo) riconobbe la paternità della bambina, che chiamò con il nome di sua madre, Sofia, di origine veneta; tuttavia, rifiutò sempre di sposare Romilda che, per le conseguenti ristrettezze economiche[3] si trasferì con la piccola Sofia da Roma a Pozzuoli, presso la sua famiglia dove Sofia trascorse l’infanzia e i primi anni dell’adolescenza, durante la seconda guerra mondiale, in condizioni economiche precarie.
Il porto e il magazzino di munizioni di Pozzuoli venivano spesso bombardati dalle forze aeree degli Alleati e nel corso di uno di questi bombardamenti, mentre Sofia correva nel rifugio antiaereo, fu colpita da una scheggia di shrapnel, che la ferì al mento. Dopo questo incidente, la famiglia si trasferì a Napoli, dove fu ospitata da lontani parenti; la nuova città e la sua cultura, e in particolare Pozzuoli, saranno presenti costantemente nella vita e nella carriera della Loren, che in molti film recita in napoletano. Dopo la guerra, insieme alla famiglia, torna a Pozzuoli dove la nonna Luisa aprì nel salotto un piano-bar, vendendo liquori di ciliegia fatti in casa, mentre Romilda suonava il piano, la sorella Maria cantava e Sofia badava ai tavoli e lavava le stoviglie. Il posto divenne popolare presso i soldati americani, acquartierati nelle vicinanze.

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La Compagnia dei Bianchi di Giustizia fu una confraternita fondata a Napoli alla metà del 400 dal frate francescano San Giacomo della Marca e assunse questo nome dal saio bianco con cappuccio indossato dai suoi membri.
La missione di questi uomini, inizialmente sia laici che ecclesiastici, era quella di prestare assistenza ai malati incurabili, ai carcerati e soprattutto conforto, nei loro ultimi momenti, ai condannati a morte.
La Compagnia ha accompagnato al patibolo più di 4000 condannati ed ebbe molto da fare soprattutto nel 1799 in seguito alla Rivoluzione Partenopea che determinò, con il ritorno in città di Ferdinando IV, la morte di tutti gli oppositori.
Tra le vittime più famose che vennero scortare al patibolo in Piazza Mercato dai confratelli figura Eleonora Pimentel de Fonseca, redattrice del giornale rivoluzionario “Il Monitore napoletano”.
Organizzata dalla Compagnia, il 2 di Novembre, era la cosiddetta “processione delle ossa”, una sorta di funerale collettivo per le strade della città, dedicato a tutti quei giustiziati che non avevano potuto ricevere conforto dai loro cari negli ultimi momenti di vita. La processione terminava nel cortile degli Incurabili dove aveva sede la Cappella a loro dedicata; all’interno della Sagrestia si possono ammirare i ritratti dei membri più illustri della Compagnia, ma spicca in particolar modo, una statua in cero plastica soprannominata “la Scandalosa”.
È la rappresentazione di una giovane donna dal corpo consumato e devastato dai segni della sifilide; la statua doveva fungere da monito per tutte le prostitute nella speranza che fossero persuase a redimersi.
L’attività della Confraternita dei Bianchi terminò definitivamente nel 1862 anno dell’ultima esecuzione capitale.
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Con un comunicato ufficiale sui suoi mezzi di comunicazione, il governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ha diffuso il drammatico aggiornamento relativo al dilagarsi in Campania, del contagio del COVID-19.
Quello che viene fuori dal monitoraggio quotidiano del contagio, è l’eccessivo diffondersi del coronavirus nei gruppi familiari.
Nel comunicato si legge: “Il monitoraggio quotidiano dei casi di contagio in Campania, fa rilevare la presenza di interi gruppi familiari positivi. La situazione è preoccupante in alcune realtà della provincia di Napoli, dove nei giorni scorsi si sono registrati comportamenti poco responsabili da parte di gruppi di cittadini.
Si registrano 61 casi a Casoria; 58 a Giugliano; 52 a Pozzuoli; 52 a Marano; 49 ad Afragola; 36 a Frattamaggiore e Frattaminore (10), per un totale di 308 contagi.
L’Asl Napoli 2 è impegnata in un lavoro straordinario per ricostruire la catena di rapporti avuti dai contagiati, ed evitare la diffusione dell’epidemia. Ma è necessario avere comportamenti rigorosi, e non i rilassamenti che in quei territori si sono registrati, con centinaia di persone in mezzo alle strade. Invito le Forze dell’ordine, le unità dell’Esercito, le Polizie municipali a sviluppare il più rigoroso controllo per contrastare atteggiamenti scorretti.
L’Asl Napoli 1 è impegnata a contenere, con i necessari controlli territoriali, un focolaio di contagio che è emerso nella città di Napoli, nell’area del Vomero. È urgente anche qui, ampliare e rendere rigorosi i controlli.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che i comportamenti scorretti offendono e danneggiano la stragrande maggioranza dei cittadini che rispetta le regole con grande spirito di sacrificio. Così come dovrebbe essere chiaro che più si è responsabili, prima finisce questa emergenza. È evidente che il permanere di situazioni di rischio renderebbe inevitabili misure territoriali di quarantena ancora più pesanti.”
Il timore è che queste vacanze pasquali, possano aver aumentato esponenzialmente questo particolare diffondersi del contagio soprattutto a causa dei troppi raduni di nuclei familiari nei giorni di festa che tradizionalmente vede raccogliersi intere famiglie per festeggiare insieme la Pasqua e il lunedì dell’Angelo.
Ero il primo. Mascherina e guanti, ero il primo ad aspettare che aprisse il supermercato vicino casa. Era una bellissima giornata di sole e mi sentivo carico di energia.
Sono sempre stato mattiniero. Per questo apro sempre lo studio alle 07:00. Si dice che “le prime ore di luce ispirano l’anima a rinascere in un raggio di bellezza”. Quella mattina era diversa. Lo scenario per le vie del paese era surreale con l’entrata in vigore dell’ultimo DPCM datato 22 marzo.
Avevo una sensazione stranissima. Mi sentivo come un ibrido tra un chirurgo e un bandito, alla sua prima operazione, al suo primo assalto al portavalori. Proteggevo gelosamente il primato con sguardi e gesti e nel frattempo eravamo già in dieci in fila anti Coronavirus – non indiana, ma alla napoletana, a ventaglio. Si entra e ci accalchiamo in tre. Io, un vecchietto con la mascherina sopra gli occhi ancora incredulo del secondo posto e una signora gonfiata in un cappotto strettissimo.
Eseguo il mio classico giro, gli scaffali sono vuoti, la disposizione della merce è irrazionale e le bustine della frutta e verdura che non si separano l’una dall’altra, mai. Corro alla cassa e noto la fierezza della donnona che mi precede, con un carrello straripante di bibite gassate, patatine, snack salatissimi, farina, lieviti, brioscine, merendine e salami. Penso, ma non lo dico: “signora deve stare in isolamento o deve organizzare la pasquetta?”.
Siamo davvero sicuri che la quarantena forzata sia il periodo migliore per le abbuffate incontrollate di cibo? Ci stiamo tutti preparando al casting per la “diciannovesima” edizione di MasterChef?
Una dieta ricca di zuccheri, grassi saturi, additivi, tossine, causa malattie cardiovascolari, sovrappeso/obesità, dislipidemia, ipertensione, diabete di tipo 2, osteoporosi e carie dentali. Possiamo recarci al pronto soccorso per una crisi ipertensiva? Si, ma di questi tempi meglio evitare. “Il cibo che mangiamo può essere o la più sana e potente forma di medicina o la più lenta forma di veleno”. Ann Wigmore lo scrisse nel 1983 anticipando il concetto di nutraceutico, un alimento che fornisce benefici per la salute, compresa la prevenzione e / o il trattamento di una malattia”.
In pratica, se il Covid19 ci tiene chiusi in casa, cambia anche il nostro fabbisogno energetico. Si Mangia di più e si brucia di meno. Bisogna invertire questa tendenza. Il sistema immunitario è complesso e altamente reattivo al mondo che ci circonda, quindi non sorprende che molti fattori influenzino la sua funzione. Ciò che è importante sapere è che la maggior parte di questi fattori non sono codificati nei nostri geni ma sono influenzati dallo stile di vita e dal mondo che ci circonda. Fondamentalmente, se il tuo corpo è un castello, il tuo sistema immunitario è il muro che lo protegge.
Gli anziani e le persone che presentano patologie croniche non devono mangiare di più, ma piuttosto meglio. Detto questo, non possiamo rafforzare le difese del “castello” dall’oggi al domani, ma possiamo iniziare da una spesa consapevole e prediligere metodi di cottura che non alterano le vitamine e sali minerali come quello a vapore o attraverso dispositivi idonei come l’I-Chef.
Il primo passo per avere un sistema immunitario forte è mantenere in equilibrio l’intestino (condizione di eubiosi). Il microbiota umano (informalmente detta flora intestinale) viene chiamato organo invisibile immunocompetente per la sua straordinaria capacità di partecipare alla profilassi dalle infezioni batteriche e virali come il Sars-Cov-2.
Un intestino sano dipende dal tipo di cibo che mangiamo, quindi assicuriamoci di consumare cibi probiotici come lo yogurt, il kefir, i i cavoli acidi, il tempeh e cibi prebiotici come cereali integrali, legumi, frutta e ortaggi. Al contrario una dieta ricca di proteine animale e prodotti raffinati come farina bianca, zucchero, merendine, salumi, pizza, casatielli, dolci etc., genera una forte disbiosi intestinale causando danni infiammatori sistemici e favorendo l’ingresso di patogeni.
Esiste quindi una relazione bidirezionale tra nutrizione, microbiota e immunità: i cambiamenti in un componente, influenza gli altri. Scegliere alimenti che supportano un microbioma intestinale sano è molto più importante della scorta di carta igienica o di amuchina.
Molti micronutrienti sono essenziali per l’immunocompetenza, in particolare le vitamine A, C, D, E, B2, B6 e B12, acido folico, ferro, selenio e zinco. Le carenze di questi elementi rappresentano un problema di salute pubblica globale, riconosciuto.
Diversi studi hanno dimostrato che assunzioni dietetiche di vitamina C (cioè, 100-200 mg / die) siano in grado di prevenire e curare le infezioni respiratorie e sistemiche. A parità di ingestione, sicuramente i limoni (agrumi in genere, arance, mandarini, pompelmi) contengono forti antiossidanti come i flavonoidi e sono tra i più ricchi di Vitamina C.
Tra gli alimenti che contengono acido ascorbico, ricordiamo l’introvabile acerola, i kiwi, l’ananas, le fragole, ed alcune verdure di stagione come lattuga, spinaci, i nostrani friarielli e le famosissime crucifere (cavolo, verza, broccoli e rucola). Come spezie l’erba cipollina, il coriandolo, prezzemolo e il peperoncino.
Sua maestà Mister Evo, (olio extravergine di oliva) è una fonte naturale di vitamina E, un potente antiossidante che protegge le membrane cellulari dai processi d’invecchiamento. Per questa sua proprietà è considerata la vitamina della bellezza. Il fabbisogno giornaliero di vitamina E si aggira attorno agli 8-10 mg ed è presente in apprezzabili quantità anche in nocciole, noci, arachidi, pinoli, nell’avocado e nel kiwi.
Il modo migliore per evitare carenze di vitamina D è esporsi regolarmente alla luce del sole. Basterebbe circa un’ora di fotosintesi fuori al balcone di casa, (nelle ore centrali della giornata con il 25% del corpo esposto). Del resto, è davvero arrivata l’ora più buia, per il sostanziale lockdown dell’Italia fino al tre aprile. Le maggiori fonti alimentari di vitamina D provengono dal pesce e dagli oli in esso contenuti, dalle uova, ma anche dai latti vegetali.
La vitamina A è anche chiamata vitamina “anti-infettiva” e potrebbe divenire un’opzione promettente per il trattamento di questo nuovo coronavirus ed in genere per la prevenzione di infezioni polmonari.
I carotenoidi (collegati alla Vitamina A) sono i colori naturali che vediamo negli alimenti vegetali come il rosso dei pomodori, il giallo della zucca, l’arancio delle carote; essi sono in grado di rivestire un ruolo importante nei processi infiammatori inibendo le lipoossigenasi. Il retinolo è maggiormente presente negli alimenti di origine animale, soprattutto nell’olio di fegato di merluzzo, nel fegato di bovino, ma anche nelle nell’ovomaltina e nelle albicocche disidratate.
Per assicurarsi un apporto sufficiente di tutte le vitamine del gruppo B è consigliato seguire una dieta mediterranea che includa sia alimenti di origine vegetale (in particolare amaranto, farro, grano saraceno, segale) sia alimenti di origine animale (pesce azzurro, carni bovine e suine).
La carenza di vitamine del gruppo B può indebolire la risposta immunitaria dell’ospite, pertanto anche le vitamine del gruppo B potrebbero essere scelte per rafforzare le difese immunitarie.
Spesso dimenticati, i funghi, sono “magici” per rafforzare le difese naturali dell’organismo, del resto una moderna branca della fitoterapia è costituita proprio dalla Micoterapia. I funghi non solo sono perfetti alleati per una dieta dimagrante, ma contengono anche potenti antiossidanti come glutatione e selenio che aiutano a ridurre lo stress ossidativo nel corpo, che a sua volta ha un impatto positivo sul sistema immunitario.
In Pandemia, dobbiamo diventare la “versione migliore di noi stessi” e per realizzarlo dobbiamo mangiare colorato. Cinque porzioni al giorno tra frutta e verdura di colore diverso perché variandoli si potranno coprire tutti i fabbisogni dell’organismo. L’aglio e la cipolla sono oro bianco per la salute.
Entrambi hanno un componente antivirale e antibatterica che ci protegge dalle infezioni. L’allicina è un ottimo antibiotico naturale, che non attacca la flora batterica endogena, ma la ripristina. Non sarà la star di un film romantico, ma mezzo spicchio d’aglio al giorno toglie il virus di torno.
Un altro superfood che possiamo assaporare durante la “clausura” è il grano saraceno. Oltre ad essere privo di glutine ha una composizione unica di aminoacidi che gli conferisce straordinarie attività biologiche. Questo pseudocereale è anche ricco di trans resveratrolo, un polifenolo naturale, ad effetto antivirale e antiage. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi sull’uomo per migliorare la sua biodisponibilità al fine di rendere questa sostanza una strategia terapeutica.
Gli ultimi alimenti che si tuffano nel carrello della spesa pro-immune sono i semi di sesamo, lino e zucca. Sono degli ottimi integratori naturali (10 gr al giorno) rispettivamente ricchi di zinco, omega 3 e magnesio.
Quindi non disperiamo se nei supermercati della Campania non si trova più il lievito di birra. I benefici per la salute di un acquisto intelligente, a medio e lungo termine, sono generalmente invisibili per il consumatore medio. Siamo tutti vittime del marketing del cibo spazzatura. Le multinazionali del junk food non solo distruggono il territorio, ma hanno il potere di riportare “indicato per bambini”, alimenti imbottiti di grassi e zuccheri raffinati.
Non dobbiamo essere contagiati dalle fake news. Su i maggiori social network assistiamo ad una serie di consigli sulla salute, che vanno da inutili, ma relativamente innocui a decisamente pericolosi. Non esiste un alimento o un integratore miracoloso che cura o previene il contagio da coronavirus.
Non esistono ricerche scientifiche a sostegno dell’affermazione secondo cui l’assunzione di dosi elevate di vitamina C potrebbe aiutare a curare il coronavirus e comunque nessun supplemento potrà mai compensare uno squilibrio nutrizionale di fondo. Esistono sostanze che forniscono protezione contro le malattie e cibi peggiorativi con bassissimo valore nutrizionale.
Non solo alimenti. Dormire poco ed essere stressati ci rende più vulnerabili a infezioni, virus e malattie perché un eccesso di cortisolo può sopprimere l’efficacia del nostro sistema immunitario. Al contrario ascoltare musica, ballare, sorridere, fare movimento e l’amore producono dopamina, ossitocina, endorfina e testosterone che sono gli ormoni del benessere.
Non sappiamo ancora quanto sarà diffusa e mortale la malattia nei prossimi mesi o quanto durerà la pandemia, ma dobbiamo restare lucidi, sani e ottimisti. Ciò che sicuramente abbiamo è una pandemia di paura. Il panico genera altro panico ed è solo controproducente per noi stessi e per le persone che ci circondano. Come sosteneva Oliver Wolf Sacks: “gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia”.
Facciamo la nostra parte per impedire la diffusione del virus restando a casa, ma non pigri e depressi ad abboffarci di schifezze. In tempi di quaresima e quarantena abbiamo stretto un patto con il diavolo; mi salvo dal coronavirus, ma mi vendo l’anima ai carboidrati. Forza che questo brutto periodo sicuramente passerà. “Andrà tutto bene alla fine, e se non andrà bene non sarà la fine “. John Lennon aveva capito tutto.
Dr. Gennaro Varriale
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www.dietclub.it
Imperdibile appuntamento annuale a Napoli per la degustazione dei vini del catalogo 2020 di Proposta Vini. Novità di quest’anno anche lo spazio Spirits, con proposta di distillati e superalcolici.
Molti operatori del settore e appassionati hanno affollato le sale dell’Hotel Oriente incuranti della psicosi da Coronavirus. Ho avuto modo di saggiare molti prodotti con la necessaria calma e attenzione, ma vista l’ampiezza del catalogo ho scelto quelli che non conoscevo ancora o che non provavo da tempo. Riporto qualche breve impressione degli assaggi:
Pravis – Arele 2006. Un bellissimo vino dolce da uve Nosiola, dapprima appassite sulle Arele quindi pressate intorno a Pasqua, che dopo una lunga lavorazione e affinamento diventano un vin santo dalla piacevolissima e fresca beva.
Corte dei Venti – I vini di Clara sono schietti come il suo sorriso e vitali come il suo carattere. Il sangiovese è sempre pienamente riconoscibile e stretto al territorio. Dal Rosso al Brunello è sempre una passeggiata tra i filari di viti aggrappate ai sassi e alla terra rossa del Montalcino.
La Sibilla – Domus Giulii 2011. I vini della famiglia Di Meo sono fortemente rappresentativi di quel nuovo corso che alcuni produttori visionari dei Campi Flegrei hanno intrapreso circa 10 anni fa. Questa sorprendente falanghina può essere presa ad esempio per testimoniare la svolta qualitativa e lo sforzo produttivo compiuto da pochi pazzi. Dopo quasi dieci anni, colore dorato vivo, naso di zolfo e iodio e sorso fresco di acqua marina…
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