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Ma che vaco mettenno ’a fune ’a notte

Uno dei modi di dire napoletani meno conosciuti è: Ma che vaco mettenno ’a fune ’a notte?

Domanda retorica che si rivolge a chi crede che l’altra persona abbia una disponibilità economica che in realtà non possiede, oggi sostituito dalla più comune espressione: “Ma che vaco a fa ‘e rapine?

“La fune di notte” era una tecnica di rapina con cui i ladri derubavano malcapitati facendoli inciampare in una fune tesa fra i due lati di un vicolo buio.

Padre Maria Rocco, durante il regno di Ferdinando IV di Borbone, risolse, con un’unica soluzione, due dei problemi che affliggevano la città di Napoli:

  • la mancata illuminazione delle strade;
  • la criminalità che si annidava proprio nel buio della notte.

Ferdinando aveva fatto collocare nelle strade più importanti della città, dei rivoluzionari pali della luce con lampade ad olio che avevano però un costo troppo oneroso da sostenere per le casse dello stato.

Padre Maria Rocco allora, dopo aver rinvenuto un dipinto della Madonna nei sotterranei del convento dello Spirito Santo, ne fece realizzare numerose copie a colori da inserire in apposite edicole votive sparse per la città…

Chiese poi al popolo di non lasciare mai al buio l’immagine della Vergine, accendendo per lei dei lumini durante le ore notturne mogli e madri si sentirono più sicure e da questo episodio nacque anche l’espressione, utilizzata ancora oggi, “A Maronn t’accumpagn”.

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Va’ a vasà ‘o pesce ‘e San Rafele

Un antico detto napoletano recita “Va’ a vasà ‘o pesce ‘e San Rafele”.

La storia narra che il giovane Tobia era partito per riscuotere un debito per conto del papà Tobiolo, ormai divenuto cieco
durante il viaggio il giovane fu accompagnato dall’arcangelo SAN RAFFAELE che lo aiutò a catturare un grosso pesce, il cui fiele sarebbe servito a curare la malattia del padre.

Ma fece anche in modo di far incontrare a Tobia la sua futura moglie, Sara.

San Raffaele viene spesso raffigurato con un pesce accanto ai sui piedi ed è così che possiamo ammirarlo anche in una statua nella chiesa a lui dedicata nel rione Materdei

È usanza per le giovani donne del quartiere, che vogliono trovare un compagno, fare vista al santo nel giorno della sua ricorrenza, il 24 ottobre, e baciarne il pesce…

Si narra che anche la prima moglie del re Vittorio Emanuele II abbia fatto ricorso a questo rituale.

Per tenervi compagnia… Le vostre Cantastorie per un giorno

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L’elefante indiano di Carlo III di Borbone

Il regno di Carlo III, il primo della dinastia Borbonica, fu talmente grande da accogliere a Napoli addirittura un elefante indiano.

L’animale fu donato al sovrano nel novembre del 1742 dal sultano ottomano Mehmet V quando la corte turca venne in visita in città per stabilire accordi relativi alle rotte commerciali.

L’elefante indiano fu immediatamente portato nello zoo privato del sovrano nella Reggia di Portici dove visse in compagnia di altri animali esotici.

Il pachiderma destò subito lo stupore e la curiosità della corte e del popolo napoletano, tanto che gli fu affidata una guardia del corpo che divenne in breve tempo una celebrità!

L’anno successivo l’elefante debuttò anche come attore al Teatro San Carlo di Napoli nell’opera “Alessandro nelle Indie” e riscosse così tanto successo che le persone addirittura corrompevano le guardie del re pur di poterlo ammirare per pochi istanti.

Dopo 14 anni, a causa di una errata alimentazione, purtroppo l’elefante indiano morì e i suoi resti furono esposti nel Real Museo Borbonico ma la sua fama perdurò fino agli inizi dell’800, tant’è che le zanne furono trafugate e parte della pelle utilizzata per confezionare le calzature!

Oggi l’elefante riposa nel Museo Zoologico appartenente all’università Federico II.

Per tenervi compagnia… le vostre Cantastorie per un giorno!!!